GALIMBERTI: ADDIO ALLE CERTEZZE MORALI UMILIATE DAI PROGRESSI DELLA SCIENZA

Galimberti riflette sull'uomo contemporaneo e affronta il problema della morale, cioè dell'insieme dei princìpi che regolano i rapporti tra gli uomini, in una società dominata da scienza e tecnica.

Professore, perché parlare di morale oggi è così difficile?
Diciamo che siamo tutti persuasi di vivere nell'età della tecnoscienza e che gli eventi della tecnica comportano problemi etici per i quali non disponiamo di una morale adeguata. In Occidente ci è stato costruito l'ordine giuridico in modo tale per cui, di fronte al delitto, vediamo se uno è colpevole, colposo o preterintenzionale, perché il giudizio cade sull'intenzione. Ma l'intenzione di Fermi quando ha inventato la bomba atomica non la può conoscere nessuno e questo ci spiega il fatto che la morale dell'intenzione non è all'altezza dell'evento tecnico.

Passiamo alla seconda morale.
La seconda è la morale laica ben riassunta dalla frase di Kant "l'uomo va sempre trattato come un fine e mai come un mezzo". Ma questa morale innanzitutto non si è mai realizzata (basta vedere la condizione degli immigrati che hanno diritto di cittadinanza solo se diventano produttori di profitto e di uomini). Ma se anche la morale laica si fosse realizzata, non funzionerebbe più nell'età della tecnica perché quelli che all'epoca di Kant erano un mezzo ora sono fini da salvaguardare (pensiamo all'acqua, all'aria, agli animali e alle foreste). Non è più solo l'uomo il fine, oggi, e noi non abbiamo ancora formulato un'etica che si faccia carico della natura perché le etiche di cui disponiamo si sono sempre limitate a regolare i rapporti tra gli uomini.

E la terza morale?
E’ quella elaborata da Max Weber nei primi del '900 ed è l'etica della responsabilità secondo la quale non bisogna guardare le intenzioni ma gli effetti delle loro azioni. Poi però lo stesso Weber apre la parentesi e dice "finché gli effetti sono prevedibili". Ora, è proprio della tecnica produrre effetti imprevedibili. Nessuno avrebbe potuto prevedere la clonazione o la capacità di produrre organismi geneticamente modificati.

E la mancanza di un'etica adeguata che regoli anche i rapporti tra uomo e natura a cosa porta?
Porta all'Imperialismo della scienza e della tecnica che non ha scopi antropologici, cioè non lavora in vista dell'uomo, ma soltanto in funzione del suo auto­potenziamento. Noi siamo in grado di distruggere 10 mila volte la nostra terra con la bomba atomica, ma si continua a fare ricerca sull'atomica.

E quale sarebbe l'etica all'altezza del nostro tempo?
Io propongo un'idea debole, purtroppo, che chiamo "l'etica del viandante". Il viandante non ha una meta, si muove e di volta in volta trova le modalità per scalare montagne o attraversare fiumi non in base a mappe o a princìpi, ma in base a quello che i greci chiamavano phronesis: la virtù di Ulisse, cioè la possibilità di decidere in base alle circostanze e ai risultati attesi. Auspico la dimensione del dialogo in contrapposizione a quella della violenza, per trovare, di volta in volta, di fronte ai problemi che sorgeranno, il massimo consenso possibile intorno alle cose da fare.

 

Venezia, 12 Giugno 2002  Intervista di Caterina Falomo

«Come fa l'etica che non può, a dire alla scienza e alla tecnica, che possono, di non fare ciò che possono?» A me sembra che l'attenzione sia sempre rivolta verso l'esterno, come per dire che è tutto inevitabile. L'etica non ha forse delle colpe?

Io non farei una critica all'umanesimo, perché l'umanesimo ha gestito un'etica finché si pensava che il bene e il male fossero faccende che riguardavano la sfera umana. Nessuno pensava che l'aria o l'acqua rientrassero nella responsabilità umana, perché ce n'era tanta e gli uomini erano pochi, per cui le visioni etiche che finora abbiamo costruito avevano nel bene e nel male limitato la sfera umana. Noi sostanzialmente possiamo distinguere tre etiche nella storia della cultura occidentale: la prima è quella dell'intenzione, per cui io sono colpevole o non colpevole a seconda dell'intenzione che avevo nel compiere un'azione. Su questo si è fondato tutto l'ordine giuridico dell'Europa: di fronte a un fatto si dice se il delitto era intenzionale, preterintenzionale, eccetera. Ora, a me sapere le intenzioni di uno scienziato, ad esempio di Fermi che inventa la bomba atomica, non interessa niente sul piano etico, mi interessano piuttosto gli effetti della bomba atomica. Per cui l'etica dell'intenzione di origine cristiana non mi serve più.

Abbiamo poi un'etica laica che trova in Kant il suo maggiore esponente: afferma che l'uomo deve essere trattato sempre come un fine e mai come un mezzo, lasciando implicito che tutte le altre cose possano invece essere trattate come un mezzo. Solo che oggi posso davvero trattare come un mezzo gli animali, i pesci, le piante, l'aria, l'acqua, cioè tutto quel che è fuori dall'umano? No, perché la tecnica mi sta disfacendo l'habitat in cui vivo, per cui devo costruire un'etica che si faccia carico di sfere extraumane di cui anche l'etica laica non aveva formulato il principio.

Poi c'è una terza etica, messa in circolazione da Max Weber, che è l'etica della responsabilità (1910). Weber dice che non bisogna guardare l'intenzione degli uomini, bisogna guardare gli effetti delle loro azioni. Poi però apre una parentesi e dice: «quando gli effetti sono prevedibili». Ora, è proprio della tecnica produrre effetti imprevedibili, ad esempio gli organismi geneticamente modificati hanno degli effetti che non conosciamo ancora, però la tecnica biogenetica va avanti. Ecco allora che anche questa etica della responsabilità non funziona. Altre non ne abbiamo inventate. E allora ci troviamo nella posizione patetica per cui l'etica invoca la tecnica di non fare ciò che può. Ad esempio, si può fecondare in mille maniere: si può fare o non si può fare? L'etica può dire quello che vuole la tecnica va avanti e fa. Perché il motto della tecnica è che «si deve fare tutto quello che si può fare». Questa è l'etica della tecnica, prescindendo da tutte le conseguenze.

«Inquietante non è che il mondo si trasformi in un unico apparato tecnico – ancora più inquietante è che non siamo affatto preparati a questa radicale trasformazione del mondo» (Heidegger). La consapevolezza di ciò a cosa porta? Io personalmente vivo quest'ansia da tecnica (cellulari, computer… ) ma il sapere quali sono i danni miei e della civiltà non mi consola, anzi mi intristisce ancora di più perché sento la frustrazione e l'impotenza del non poter fare nulla, anche perché se io dico no alla tecnica, a parte il vivere male, vivo comunque in un mondo tecnicizzato.

Qui Heidegger sta dicendo che la tecnica non solo ha degli effetti sul mondo esterno ma ha degli effetti anche su di noi; dice anche un'altra cosa che è inquietante: il fatto per cui noi non disponiamo di un pensiero che non sia il pensiero del calcolo. Oggi per noi occidentali pensare significa far di conto, calcolare, prevedere, fare piani, organizzare, ma questo è pienamente il pensiero tecnico. Allora la tecnica è già entrata a modificare il nostro modo di pensare: questo è l'inquietante. Allora la domanda è questa, non è inquietante che il mondo si trasformi in un apparato tecnico, non è inquietante abbastanza il fatto che noi non siamo preparati, ma è inquietante il fatto che non disponiamo neppure di una risorsa di pensiero alternativa, perché la tecnica ha già condizionato il nostro modo di pensare trasformando il pensiero in calcolo e quindi noi siamo organici alla tecnica già nel nostro stesso modo di pensare.

La gente non accetta queste cose: continua a pensare di vivere in un'epoca umanistica e ha, sì, una certa ansia della tecnica, ma è sempre persuasa che l'uomo possa controllare con la volontà la tecnica medesima. E invece bisogna rendersi conto che la tecnica modifica radicalmente le figure con cui l'umanità ha pensato se stessa. Per esempio, modifica il concetto di verità. Per cui è vero quello che è efficace, quello che fa effetto: questo non si era mai detto, modifica il concetto di libertà perché io posso scegliere alla sola condizione di poter essere tecnicamente competente, perché se invece non ho una competenza non posso affatto scegliere...

Quindi, la libertà è cadenzata dalla competenza tecnica. L'individuo va in crisi perché nell'età della tecnica, per effetto dei mezzi di comunicazione, ciascuno pensa quello che pensano tutti, e allora a questo punto anche la storia dell'individuo deve essere rivisitata. Le rivoluzioni non sono più possibili nell'età della tecnica perché le rivoluzioni sono possibili quando ci sono due volontà, il signore e il servo, ma nell'età della tecnica sia il signore sia il servo sono subordinati all'accadere tecnico. Nel senso che non è solo l'operaio a dover sottostare alle leggi del mercato, ma anche il capitalista. Quindi, la tecnica riduce i contendenti a subordinati, per cui la rivoluzione è impossibile. Con chi me la prendo? Con la tecnica che è la condizione della mia vita? E allora, in questo senso, diciamo che parlare della tecnica significa oggi svegliare la gente e dire: rendetevi conto che siamo nell'età della tecnica e se continuate ad abitare questo nuovo paesaggio con categorie umanistiche vivete in un altro mondo, non siete all'altezza del mondo in cui vi muovete. Quindi si tratta di una sorta di educazione alle consapevolezza che le categorie umanistiche oggi non funzionano più, cioè sono disadatte ad interpretare questo mondo.

E per quelli che già se ne rendono conto?

Oggi la tecnica funziona ancora come mezzo di volontà contrastanti, poi arriverà ad un punto in cui eliminerà anche le volontà contrastanti. Prendiamo ad esempio il capitalismo: il capitalismo per espandersi, per seguire la sua logica espansionistica finisce per distruggere la terra che è l'elemento della sua ricchezza e allora cosa fa per rallentare la distruzione della terra? Deve ricorrere alla tecnica. E la tecnica pone le sue leggi indipendentemente dalle leggi del capitale. Per cui anche la conceria di Treviso per fare il profitto deve distogliere parte del suo profitto per realizzare il depuratore. Questo vuol dire che il capitalismo sta cominciando a pagare dei costi alla tecnica. In qualche modo oggi è ipotizzabile un riscatto dell'umanità proprio grazie alla tecnica.

Può secondo lei l'arte — intesa in senso ampio come "espressione artistica" — essere una via di fuga per quel mondo perduto della psiche, della fantasia, delle emozioni e dei sogni? E come vede in tal caso il rapporto tra arte e tecnica?

L'arte è l'ornamento del capitale. L'arte può essere sì un'alternativa alla tecnica, ma dal punto di vista, appunto, della via di fuga. La tecnica è efficentistica e incide anche nelle pratiche quotidiane della vita. L'arte esiste, ma può essere un contraltare alla tecnica solo se il mondo si organizza artisticamente. Ma non mi pare che il mondo si organizzi in questo senso. Non dovremmo forse sempre vedere qual è la parola senza la quale non si può spiegare ciò che succede? Se io tolgo la parole "arte" questo mondo va avanti lo stesso? Mi pare di sì. Se tolgo la parola "tecnica"? No. Allora l'arte non è un contrappunto della tecnica, è un rifugio estetico ed emotivo. Qualcosa come il weekend più nobile rispetto ad un weekend ormai tecnicizzato, poiché ormai assistiamo anche alla tecnicizzazione del tempo libero. Dopodiché, c'è l'ultima speranza da affidare al terzo o quarto mondo, nel senso che la tecnica è un elemento solo occidentale che investe 800 milioni di persone che consumano l'80% delle risorse del mondo. La tecnica in sé è una struttura fortissima ma anche debolissima. Ad esempio, il terrorismo capta la debolezza della tecnica. La sua fragilità.